Quando la fantasia diventa il problema
Non mi spaventavano soltanto le immagini che immaginavo. Mi spaventava anche il fatto che mi attraessero.
C’è una differenza tra avere un’esperienza che non riusciamo a comprendere e cominciare a pensare che, proprio per questo, ci sia qualcosa di sbagliato in noi. La prima può lasciarci pieni di domande. La seconda può trasformare quelle domande in un processo, nel quale siamo contemporaneamente l’accusatə, l’imputatə e chi pronuncia la sentenza.
Per molto tempo, il mio rapporto con alcune fantasie è passato da qui.
Voglio raccontare come vivevo quelle immagini, che cosa mi spaventava e perché, a un certo punto, la questione ha smesso di riguardare soltanto le mie fantasie. Non per dimostrare che esistesse una spiegazione precisa a tutto ciò che immaginavo, né per cercare a posteriori un colpevole.
Ha cominciato a riguardare me.
La bambina che immaginava l’orrore

Da bambina, il mio immaginario si nutriva di film e romanzi horror. Negli anni si sarebbe arricchito anche di musica «dark», di atmosfere cupe e di tutto ciò che abitava, in un modo o nell’altro, il territorio dell’oscuro.
Dentro quel mondo prendevano forma anche fantasie sessuali intense, con immagini che oggi potrei descrivere come estreme. Ricordo figure mostruose, il dolore fisico e scenari nei quali mi ritrovavo quasi sempre nel ruolo della vittima. A volte, però, ero una vittima consenziente.
È questo che allora non riuscivo a comprendere. Nelle mie fantasie potevano esserci violenza, esposizione e persino l’idea di un corpo dilaniato, eppure provavo attrazione. Non era solo una questione di immagini spaventose: era il modo in cui mi coinvolgevano, che non sapevo spiegarmi.
Non so se esistesse un legame tra l’horror e quelle fantasie, e non credo che si possa darlo per scontato. So che entrambi facevano parte del mio mondo interiore: le atmosfere cupe appartenevano a un interesse che coltivavo, mentre le fantasie mi mettevano di fronte a una domanda che non sapevo come affrontare.
Perché mi attraevano? E soprattutto: che cosa significava, per me, esserne attratta?
Quando finiva la fantasia, cominciava la paura di me stessa
La paura e la vergogna non erano necessariamente la prima cosa che provavo. Il problema emergeva dopo, quando il coinvolgimento lasciava spazio alle domande.
Mi ritrovavo a guardare quelle immagini e a chiedermi che cosa dicessero di me. Se fossero il segnale di qualcosa di inquietante, di una parte che avrei dovuto temere, di una stranezza che non sapevo nemmeno come nominare. Non avevo gli strumenti per interpretare quello che accadeva dentro di me, e questa mancanza non restava neutrale. Il dubbio diventava sospetto. E il sospetto, lentamente, si spostava dall’esperienza alla persona.
Non era più: perché immagino queste cose? Era: che cosa c’è che non va in me, se riesco a immaginarle e, per di più, ne sono attratta?
Era la paura che quelle immagini rivelassero qualcosa di terribile su chi ero, il timore di essere malata o sbagliata, la difficoltà di trovare un posto per qualcosa che sentivo mio e che, allo stesso tempo, mi spaventava. Mi ha accompagnata per anni.
Sono due piani distinti. C’è ciò che immaginavo. E c’è ciò che pensavo di dover concludere su me stessa per il fatto di immaginarlo. Per molto tempo, quei due piani sono rimasti pericolosamente vicini.
Le parole che mancavano
Mi chiedo anche che cosa succeda quando un’esperienza interiore non trova un linguaggio attraverso cui essere raccontata. Non conoscere una parola non significa non comprendere nulla di ciò che si vive, ma avere a disposizione riferimenti, concetti e strumenti può cambiare il modo in cui riusciamo a interrogarci. Da bambina non avevo le categorie con cui, da adulta, avrei cominciato a leggere il mio rapporto con quelle fantasie. Avevo le immagini, il coinvolgimento e la paura che ne derivava.
Non so ricostruire ogni passaggio che mi ha portata a interpretarle in quel modo, e non voglio inventare parole ricevute, divieti espliciti o episodi che non ricordo con precisione. So però che non riuscivo a dare a quell’esperienza un significato che non fosse, almeno in parte, un sospetto contro me stessa.
Non sempre serve che qualcuno ci dica apertamente che una cosa è sbagliata per arrivare a vergognarcene. A volte il giudizio diventa intimo anche quando non sappiamo più ricostruire da dove sia arrivato: si intreccia con ciò che abbiamo ascoltato, con le norme che abbiamo assorbito, con le aspettative che percepiamo intorno a noi e con le interpretazioni che costruiamo per dare un senso a ciò che viviamo.
La domanda che mi accompagna è questa: che cosa succede quando non abbiamo le parole per comprendere ciò che sentiamo e l’unica spiegazione che riusciamo a darci è che ci sia qualcosa di sbagliato in noi?
Forse è qui che il rapporto con il corpo diventa anche un rapporto con lo sguardo attraverso cui impariamo a osservarlo. Non soltanto il corpo che qualcuno può controllare dall’esterno, ma quello che possiamo imparare a guardare con sospetto dall’interno.
Ciò che sentivo e ciò che potevo mostrare

Quello sguardo non riguardava soltanto le fantasie. Ripensando alla mia storia, riconosco altre esperienze che appartengono al rapporto tra ciò che sentivo e ciò che potevo esprimere. Una di queste è la possibilità di intraprendere un percorso artistico, che mi è stata negata.
Ero davvero molto piccola quando mio padre mi disse con tono severo che disegnare, cantare e ballare non erano lavori; potevo coltivare le mie passioni ma non avrei mai potuto farne un mestiere, semplicemente perché non lo erano. Questo è un concetto che è tornato molte volte nel corso della nostra relazione, colorandosi ogni volta di sfumature diverse: il sogni non pagano, l’arte è per i fannulloni e così via una serie di luoghi comuni dietro l’altro, che però lasciavano un solco invisibile dentro la mia anima.
Sarebbe troppo semplice farne la spiegazione delle mie fantasie. Il desiderio di esprimersi, la creatività, il corpo e la sessualità non sono la stessa cosa, e non possono essere ricondotti a un unico meccanismo; l’Eros, in quanto energia creatrice, è troppo complesso per essere ridotto così. Sono però territori in cui ci confrontiamo con una tensione simile: la distanza tra ciò che accade dentro di noi e ciò che pensiamo di poter riconoscere, raccontare o vivere apertamente. Non riguarda soltanto ciò che ci è permesso sentire, ma anche ciò che ci sembra possibile diventare, mostrare e portare nel mondo.
È una distanza che merita di essere osservata senza trasformarla in una diagnosi. A volte il lavoro consiste proprio nel distinguere ciò che sappiamo da ciò che ipotizziamo, ciò che ricordiamo da ciò che abbiamo compreso dopo. Per me, questa distinzione è diventata una parte importante della ricerca.
La scoperta arrivata dopo
Molto tempo dopo, ho cominciato a esplorare il BDSM come parte di una ricerca personale. È stato un passaggio importante nel mio rapporto con quelle fantasie, perché mi ha permesso di avvicinarmi a domande che per anni erano rimaste legate soprattutto alla paura e alla vergogna. Ciò che prima mi sembrava incomprensibile ha cominciato ad assumere un senso.
Raccontare ciò che è accaduto nel mio percorso non vuol dire proporre una verità valida per chiunque: non ho trovato una spiegazione definitiva, e il BDSM non è una chiave universale per comprendere fantasie come le mie. C’è una differenza tra scoprire strumenti che ci aiutano a interpretare un’esperienza e stabilire con certezza da dove quell’esperienza abbia avuto origine. La prima cosa appartiene alla mia ricerca personale. La seconda richiederebbe risposte che non voglio fingere di possedere.
Per questo non anticipo qui tutte le tappe di quel percorso, né gli anni di esplorazione, esperienze e riflessioni che ne sono seguiti. È un’altra parte della storia, e merita il suo spazio e il suo tempo.
Per ora mi interessa una distinzione semplice: la bambina che ero non aveva le parole, gli strumenti e la prospettiva che avrei avuto da adulta. Aveva le sue fantasie e quella paura. La comprensione è arrivata dopo, e a quella comprensione non ricorro per fingere che allora sapessi già quello che stavo vivendo.

La parte in causa
Raccontare questa storia mi mette davanti a una questione che va oltre il contenuto delle fantasie. Per anni il problema non è stato soltanto capire che cosa immaginassi, ma il peso di quella paura: la sensazione che le immagini fossero una prova contro la persona che ero.
Oggi posso osservare quella paura senza decidere che cosa dimostri sull’origine delle mie fantasie. Posso indagare la mia storia familiare ed educativa senza attribuirle ogni contraddizione, e riconoscere il peso delle norme culturali senza presumere che siano l’unica causa del mio modo di guardarmi. Questo non significa che il contesto in cui cresciamo sia irrilevante; al contrario. Voglio capire come agisce, quali tracce lascia e in che modo entra in relazione con la nostra esperienza concreta.
Per lo stesso motivo non voglio raccontarmi come una vittima inconsapevole di tutto ciò che mi circondava. Non perché le influenze esterne non esistano, ma perché riconoscerle non vuol dire attribuire loro ogni responsabilità. E assumermi la responsabilità della mia ricerca non equivale a colpevolizzarmi per ciò che ho provato.
Posso essere la persona che ha vissuto quell’esperienza e, insieme, quella che oggi cerca di comprenderla. Posso riconoscere di aver avuto paura di me stessa senza dover dimostrare che quella paura fosse giusta. Posso raccontare una parte della mia storia senza pretendere che diventi la spiegazione di tutte le altre.
È questo, per me, il significato di essere la parte in causa: non mettermi di nuovo sotto processo, ma smettere di considerare il mio passato un insieme di prove da usare contro di me.
Per questo non cerco nemmeno di trasformare quelle fantasie in una prova della mia innocenza, né una spiegazione definitiva che giustifichi ogni cosa. Non devono servirmi da difesa più di quanto debbano servirmi da accusa.
La domanda che resta aperta
Oggi la domanda è cambiata. Voglio capire che cosa significassero quelle fantasie, ma anche come sono arrivata a considerarle una possibile condanna della persona che ero.
Quanto della mia sofferenza proveniva dalle fantasie stesse? Quanto dal significato che attribuivo al fatto di averle? E quanto può cambiare il nostro rapporto con un’esperienza quando smettiamo di interpretarla come una prova del nostro valore, della nostra identità o della nostra presunta normalità?
Non ho una risposta definitiva, ma credo che valga la pena porsi queste domande, perché il modo in cui impariamo a leggere il nostro mondo interiore non è neutrale. Le parole che conosciamo, le categorie a cui ricorriamo e i giudizi che interiorizziamo non spiegano tutto e non determinano tutto, ma possono diventare parte della nostra esperienza.
Forse, allora, il punto da cui cominciare non è stabilire chi avesse ragione o torto. È capire come abbiamo imparato a guardarci, e che cosa accade quando lo sguardo con cui ci giudichiamo diventa più doloroso dell’esperienza che stiamo cercando di comprendere.
Questa ricerca, per me, comincia anche da qui. Non da una sentenza sul passato, ma dalla possibilità di tornare a interrogarlo senza dovermi condannare per trovare una risposta.