Scena II — Atto II
Platone e Saffo: due prospettive per comprendere la forza trasformativa del desiderio.
Nella cultura greca, Eros non può essere ridotto a una semplice pulsione biologica, né a un sentimento confinato nella sfera privata. È una forza che attraversa l’esperienza individuale, le relazioni, la produzione della conoscenza e il rapporto dell’essere umano con il mondo.
Per comprenderne la complessità, possiamo mettere in dialogo due prospettive differenti: la riflessione filosofica di Platone e la poesia di Saffo.
Non si tratta di contrapporre un Platone che disprezza il corpo a una Saffo che celebra i sensi. Si tratta, piuttosto, di osservare due modi di interrogare la stessa esperienza: che cosa accade quando desideriamo qualcosa che ci attrae, ci supera e, in qualche modo, ci trasforma?
Nel Simposio, Platone esplora Eros come tensione verso il Bello e il Bene, come desiderio di oltrepassare la propria condizione mortale attraverso la generazione e la ricerca della conoscenza.
Nei frammenti di Saffo, invece, il desiderio prende forma nella concretezza dell’esperienza: il corpo reagisce, la percezione si modifica, la presenza dell’altra persona diventa capace di sconvolgere l’equilibrio interiore.
Da una parte, dunque, il desiderio come cammino verso ciò che ci trascende; dall’altra, il desiderio come esperienza che ci attraversa e ci radica nel presente.
Due prospettive che, pur nelle loro differenze, ci aiutano a comprendere Eros non soltanto come attrazione, ma come forza capace di mettere in movimento ciò che siamo.
Platone e il Simposio: Eros come desiderio di eternità

Nel IV secolo a.C., Platone dedica il Simposio alla natura di Eros. Il dialogo si sviluppa attraverso una successione di discorsi sull’amore, pronunciati dai partecipanti a un banchetto.
Tra questi, il più significativo per comprendere la concezione platonica del desiderio è quello che Socrate riferisce come insegnamento ricevuto da Diotima di Mantinea, figura femminile presentata come sua maestra nelle questioni amorose.
Attraverso Diotima, Platone propone una visione di Eros che supera l’idea dell’amore come semplice attrazione verso una persona.
Eros è una forza che nasce dalla mancanza, si muove verso ciò che riconosce come bello e desiderabile e può diventare il principio di una trasformazione interiore.
Eros: figlio della mancanza e dell’ingegno
Nel racconto di Diotima, Eros nasce dall’unione di Penia, la Povertà, e Poros, l’Espediente.
Questa origine simbolica rivela la sua natura ambivalente.
Da Penia eredita la mancanza: non possiede pienamente ciò che desidera. Da Poros eredita l’ingegno, la capacità di cercare strade, escogitare soluzioni e muoversi verso ciò che gli manca.
Eros non è quindi né pienamente appagato né completamente impotente. Vive nella tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe raggiungere.
Il desiderio nasce proprio da questa distanza.
Se possedessimo già, in modo completo e definitivo, ciò che desideriamo, non avremmo ragione di cercarlo. Se, al contrario, non avessimo alcuna possibilità di avvicinarci, verrebbe meno anche il movimento della ricerca.
Eros abita lo spazio intermedio: non è ancora ciò che cerca, ma è già orientato verso di esso.
Questa condizione ci permette di comprendere un aspetto fondamentale del desiderio: non desideriamo soltanto ciò che ci manca; attraverso il desiderio, entriamo in relazione con ciò che ancora non siamo.
La scala dell’Eros: dal corpo alla contemplazione del Bello
Nel discorso di Diotima, l’esperienza amorosa può diventare l’inizio di un percorso di elevazione.
Il percorso viene tradizionalmente descritto come una scala, perché ogni passaggio amplia la capacità di riconoscere la bellezza oltre la sua manifestazione più immediata.
Primo passaggio: la bellezza di un corpo.
L’esperienza comincia dall’attrazione verso un corpo particolare. La bellezza sensibile suscita il desiderio e apre la possibilità di un coinvolgimento più profondo.
Secondo passaggio: la bellezza dei corpi.
Chi procede in questo percorso comprende che la bellezza non appartiene esclusivamente a una singola persona. Impara a riconoscerne le manifestazioni in corpi differenti, ampliando il proprio sguardo oltre il possesso individuale.
Terzo passaggio: la bellezza delle anime.
L’attenzione si sposta verso le qualità interiori, le virtù e il modo in cui una persona vive e agisce. La bellezza non coincide più soltanto con ciò che appare, ma comprende ciò che prende forma attraverso il carattere e le scelte.
Quarto passaggio: la bellezza delle attività, delle leggi e delle conoscenze.
Lo sguardo si amplia ancora. Il desiderio si rivolge alle pratiche, ai saperi e alle forme di vita attraverso cui gli esseri umani costruiscono significati condivisi.
Quinto passaggio: la contemplazione del Bello in sé.
Al vertice del percorso si trova l’Idea del Bello: non una singola cosa bella, ma il Bello stesso, eterno e immutabile, che rende riconoscibili le sue molteplici manifestazioni.
Il corpo, dunque, non è semplicemente un ostacolo da eliminare. È il punto di partenza di un percorso che invita a superare una concezione esclusiva e possessiva della bellezza.
Il movimento platonico consiste nell’allargare progressivamente lo sguardo: dal particolare all’universale, dall’attrazione immediata alla ricerca di ciò che rende la bellezza riconoscibile nelle sue diverse forme.
Desiderare il Bene per sempre
Nel Simposio, Diotima riconduce Eros al desiderio di possedere il bene per sempre.
Questa formula contiene tre elementi fondamentali.
Il desiderio: una tensione verso qualcosa che riconosciamo come buono e desiderabile.
Il possesso: la volontà di avere il bene con sé, di non perderlo immediatamente dopo averlo raggiunto.
L’eternità: il desiderio che quel bene non sia soltanto un’esperienza momentanea, ma possa durare.
Per Platone, la questione non è semplicemente ottenere ciò che desideriamo. È il desiderio che quel bene continui a esserci, che la felicità non sia cancellata dal tempo e dalla trasformazione.
Ma qui emerge una difficoltà fondamentale: l’essere umano è mortale. Non può conservare indefinitamente la stessa condizione, lo stesso corpo o la stessa esperienza.
Come può, allora, desiderare il bene per sempre?
La risposta di Diotima passa attraverso la generazione nel bello.
Generare nel bello: creare oltre i limiti della propria vita
L’essere umano cerca una forma di continuità attraverso ciò che genera.
Questa generazione può essere fisica, attraverso la nascita di figli, ma può anche essere spirituale: opere, conoscenze, virtù, idee e insegnamenti capaci di continuare a vivere oltre chi li ha prodotti.
Generare nel bello significa, in questa prospettiva, dare forma a qualcosa che non si esaurisca interamente nell’esperienza individuale.
Il desiderio si trasforma così in una forza creativa.
Non cerca soltanto di trattenere ciò che ama, ma può produrre qualcosa di nuovo attraverso l’incontro con esso.
È un passaggio decisivo: Eros non riguarda più esclusivamente ciò che vogliamo ottenere dall’altro, ma anche ciò che siamo capaci di far nascere grazie all’esperienza del desiderio.
Desiderare può significare non soltanto cercare qualcosa da possedere, ma diventare capaci di generare qualcosa che prima non esisteva.
Saffo e Platone, un dialogo che si è trasformato in scontro
Nel prossimo articolo dell’Inchiesta “Dietro il Sipario” proveremo a fare un confronto ragionato su come due modelli differenti di pensiero hanno dato origine a una matrice divisa, che ancora oggi influenza le nostre relazioni e il rapporto che abbiamo con Desiderio, Impulso, Bisogno e Amore.
Se ti sei persǝ l’articolo del blog dove racconto il pensiero di Saffo lo trovi qui
https://www.neroegiallo.it/index.php/2026/10/08/dietro-il-sipario-la-matrice-classica-della-spaccatura-delleros/: Dietro il Sipario | Eros: tra il desiderio di eternità e il corpo vissuto
